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L’8 settembre 2008 la finale degli Us Open, quarto ed ultimo Slam della stagione, metteva di fronte King Roger Federer e il giovane Andy Murray. Per lo scozzese è la prima finale in uno dei 4 tornei principi del circuito ATP, per lo svizzero la 17esima. Federer ha avuto una stagione difficile: la mononucleosi lo ha reso umano, dopo 4 anni di dominio totale, e Nadal lo ha scalfito nell’orgoglio, distruggendolo nella finale del Roland Garros (solo 4 game lasciati a Roger) e soffiandogli lo scettro di Wimbledon per la prima volta, in una finale memorabile. Motivo per cui King Roger ha fame e Murray si ritrova a fare la parte del malcapitato. 6-2, 7-5, 6-2 e 13esimo Slam che prende la via di Basilea.

Naturalmente tutti i riflettori erano puntati sul ritorno al vertice di Federer. Murray, che pure aveva già superato 2 volte in 3 incontri lo svizzero, tornava a casa a testa bassa, anche se aveva finalmente assaporato il gusto di una finale. Quello che non poteva immaginare il giovane Andy era il fatto che da allora i tornei dello Slam sarebbero diventati una chimera per lui. Da un lato il binomio Federer-Nadal, dall’altro la prepotente ascesa di Djokovic, parevano tenerlo sempre fuori dalla stanza dei bottoni. Dai Fab Four, stringendo, si arrivava sempre ai Big Three. Con lo scozzese a osservare gli altri 3 spartirsi l’osso migliore. Eppure Murray in questi 4 anni ha sempre dimostrato di essere un tennista di una classe immensa. Da quell’8 settembre si è presentato in una finale ATP altre 24 volte, vincendo 17 trofei e perdendone solo 7. Peccato che in queste 7 sconfitte figurino altri 3 Slam: 2 Australian Open (’10 e ’11, cortesia di Federer e Djokovic) e, soprattutto, Wimbledon 2012. Sempre con Roger Federer. Ancora lui. In quello che doveva essere il “suo” torneo. Una nazione intera a sostenerlo (perché quando si tratta di Wimbledon, tanti inglesi dimenticano il fatto che Murray sia scozzese…) perché finalmente il ricordo di Fred Perry poteva essere portato a far la muffa in soffitta, eppure nulla da fare… Roger si riposa il 1° set e da spettacolo per gli altri 3, vincendo e tornando numero 1 al mondo, dopo 2 anni. Se già nel 2008 le telecamere erano tutte per Federer, figuriamoci adesso…

Da quel momento, però, qualcosa deve essere successo in Murray. Che ha azzannato l’altro Wimbledon

Andy Murray (25) con il trofeo degli Us Open

(quello delle Olimpiadi), perdendo un solo set in tutto il torneo e prendendosi la sua rivincita in finale su Federe: 6-2, 6-1, 6-4. Finale senza appelli. Le malelingue hanno anche pensato che a Federer andasse bene perdere contro Murray, per far in modo che l’ego dello scozzese andasse a cozzare contro quello di Djokovic, ma in realtà non era così. E la riprova l’abbiamo avuta in questi Us Open, condotti trionfalmente in porto con l’affermazione arrivata nella notte italiana contro Djokovic.

Per chi non conosce questo sport, sapere che c’è gente tra noi che l’ha seguito fino all’ultimo, decisivo, “15”, avvenuto alle ore 3:06 italiane può significare la pazzia pura. Ma la finale di ieri è stata un autentico spettacolo tra 2 straordinari interpreti della disciplina. 294 minuti (vale a dire 4h, 54m) di tennis puro. Non è stata la finale dei colpi da raccontare ai nipotini (per quello rivolgersi sempre a Roger e rivedere il 2° set della finale di Wimbledon 2012, please), ma tra 2 cannoni che poche volte sembravano essere a secco. Ed

è stata, appunto, la “prima volta” di Andy Murray. Che come molte volte ha costruito il suo trionfo. Per poi rischiare di cadervici dentro a peso morto. Vince il primo set dopo il tie-break più lungo della storia delle finali dello Us Open, va avanti 4-0 al secondo set, viene recuperato 5-5, vince comunque il secondo punto e poi… Poi decide di non spingere più… Dall’altra parte Djoko cresce e ritira nell’altro campo tutto il possibile con una forza impressionante. I parziali del 3° e 4° set dicono Djokovic 6-2, 6-3.

E allora l’inerzia è tutta in mano a Nole. Ma Andy ritorna straordinario nel 5° set e strappa non 1, ma ben 2 volte il servizio… Per poi cederlo una prima volta nel 4° gioco… Il solito Murray pensano… E invece Djokovic deve sudare le proverbiali 7 camicie per portarsi 2-3, ma da allora Murray non sbaglia più. Tiene il servizio e lo strappa di nuovo al serbo. 5-2. Nel decisivo turno di battuta, sul 15-0, Murray mette una prima violentissima e l’arbitro chiama l’out. Lo scozzese “chiama” il falco che gli da ragione per, credo, un nano millimetro. A memoria, non ricordo un’altra chiamata del genere. È il segnale che questa è proprio la notte di Andy. Giusto così. Dopo il punto finale, Djokovic, in modo cavalleresco e un po’ paraculo, diciamolo, non aspetta Murray a rete per i saluti, ma va diretto nel campo de rivale per abbracciarlo. Finalmente i Big Three sono diventati Fab Four.

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